
31La riforma ridisegna l’uscita dal lavoro con gradualità e deroghe mirate, ma il quadro non è uguale per tutti.
Il tema delle pensioni torna al centro del dibattito con l’approvazione definitiva della legge di Bilancio 2026. Una riforma attesa, temuta e discussa, che interviene sui requisiti di accesso al pensionamento e che inciderà in modo diretto sulle scelte di migliaia di lavoratori. Il cambiamento non sarà immediato né uniforme, ma seguirà un percorso graduale che distingue tra chi potrà andare in pensione senza variazioni e chi, invece, dovrà fare i conti con tempi più lunghi.
Alla base dell’intervento c’è il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita, già previsto dal sistema previdenziale italiano. Il legislatore ha però deciso di modulare l’aumento dei requisiti, introducendo una fase di transizione iniziale e rinviando l’impatto pieno agli anni successivi. Una scelta che mira a rendere il passaggio meno brusco, pur confermando la direzione di marcia.
Come cambiano i requisiti e chi resta escluso dagli aumenti
Nel primo anno di applicazione, cioè il 2027, l’innalzamento sarà contenuto. L’età per la pensione di vecchiaia passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese, senza modificare il requisito contributivo minimo, che resta fissato a 20 anni, o a 15 anni nelle condizioni particolari già previste dalla normativa. Anche l’età per l’assegno sociale rimane invariata. Un ritocco riguarda invece la pensione anticipata ordinaria, che si basa esclusivamente sui contributi versati: servirà un mese in più rispetto a oggi, arrivando a 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.
Il quadro si fa più incisivo a partire dal 1° gennaio 2028, quando scatterà l’aumento pieno. Da quel momento, l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e tre mesi, mentre la pensione anticipata ordinaria richiederà 43 anni e un mese di contributi per gli uomini e 42 anni e un mese per le donne. È qui che la riforma mostra il suo volto strutturale, rendendo stabile l’adeguamento.
Non tutti, però, saranno coinvolti da questi incrementi. La legge prevede infatti esclusioni precise per alcune categorie considerate meritevoli di maggiore tutela. Restano fuori dagli aumenti i lavoratori impegnati in attività gravose. Purché abbiano svolto tali mansioni per un periodo significativo negli ultimi anni e possiedano almeno 30 anni di contributi, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente. Lo stesso vale per chi svolge lavori usuranti o notturni, individuati dal decreto legislativo n. 67 del 2011, sempre nel rispetto dei requisiti contributivi richiesti.

Una protezione specifica è prevista anche per i lavoratori precoci. Cioè coloro che hanno iniziato a lavorare molto giovani e che possono accedere alla pensione con 41 anni di contributi. In presenza di attività gravose o usuranti svolte per periodi ben definiti, anche per loro l’aumento dei requisiti non trova applicazione.
Nel complesso, la riforma punta a garantire la sostenibilità del sistema previdenziale, cercando di bilanciare rigore e attenzione sociale. L’aumento graduale consente ai lavoratori di adattare le proprie scelte, mentre le deroghe riconoscono che non tutte le carriere sono uguali. Tra chi potrà andare in pensione senza cambiamenti e chi dovrà attendere qualche mese in più, il nuovo assetto disegna un futuro previdenziale più selettivo, ma non privo di correttivi.
