La cucina italiana nel mondo: possiamo sempre fidarci?

Ci ricorderemo però, la prossima volta che andremo all’estero e avremo voglia di mangiare bene, di chiedere magari consigli ai nostri connazionali che vivono in loco, affinché ci suggeriscano i locali dove assaporare la cucina italiana vera

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Bruschetta, foto generica da Pixabay

Come recita la tradizione siamo popolo di navigatori, tra le altre cose. E questo è storicamente innegabile. O meglio, popolo di viaggiatori. A ciascuno di noi, capitato una volta all’estero per qualsivoglia ragione (amore, affari, spirito di avventura o motivi culturali) non è mai mancato il risuonare dell’italico idioma, seppur declinato nelle sue innumeri varianti fonologiche.

E come le sirene di Ulisse, la conseguenza inevitabile di questa patriottica eco è stata il richiamo ad accomodarsi paciosamente su comode sedie e poltrone, cercando cucina italiana in una rassicurante atmosfera nostrana.

Fotografie di Totò con gli spaghetti in tasca, o del prode Nando Mericoni (alias Albertone nazionale) che punisce il piatto di “maccaroni” campeggiano in ogni dove.

Già… finché poi, aprendo il menù, cominciamo a leggere: bruschetta. “Benissimo, intanto che aspetto una bruschettina ci sta, no?”.

Però subito arriva il cameriere, che con estrema disinvoltura conferma: “Bruscietta?”. A questo punto comincia a subentrare un senso di inquietudine. “Mah…” pensiamo, “avrà capito male, magari sarà un ragazzo locale che non sa pronunciare l’italiano”.

Coltivando questa pia speranza, continuiamo a scorrere la lista dei piatti imbattendoci in improbabili “Spaghetti Alfredo” o “Lasagne Bolognaise”.

Pensando di saltare il primo, con rinnovata fiducia l’occhio ci salta all’elenco delle pizze. Mai delusione fu più cocente: la specialità della casa sembra proprio essere la pizza all’ananas, esoticamente denominata “Hawaii”. Ma non basta. Nel frattempo il solerte cameriere ci ha già deposto nel piatto la “bruscietta”. E lì capiamo che non era un errore fonetico.

Non bisogna apparire provinciali tuttavia. Niente pregiudizi. Tentiamo di addentare la fantomatica bruschetta, ma l’impresa è assai difficile. Nulla da masticare purtroppo. Si tratta proprio di “bruscietta”, una fetta di pane molla molla e imbevuta di aceto e chissà cos’altro.

Sconsolati, passiamo direttamente ad ordinare il secondo piatto: calamari alla livornese. Prosopopea a questo punto è la parola d’ordine. Pregustiamo in anticipo il succoso artropode insaporito con aglio e pomodorini, ma la sorpresa arriva anche qui.

Insieme a tentacoli e rosse solanacee giunge bianchissimo, quasi funereo, un contorno di spaghetti stracotti, ignominiosamente spacciato per accompagnamento del nobile calamaro.

A questo punto l’indignazione è irrefrenabile. Ma siamo gente di mondo. Con assoluta indifferenza decliniamo il caffè “italiano” che gentilmente ci viene proposto, paghiamo il conto e usciamo.

Nella tiepida brezza della sera, ci voltiamo un’ultima volta a guardare l’insegna del ristorante. Poi scrolliamo le spalle e ci incamminiamo.

Ci ricorderemo però, la prossima volta che andremo all’estero e avremo voglia di mangiare bene, di chiedere magari consigli ai nostri connazionali che vivono in loco, affinché ci suggeriscano i locali dove assaporare la cucina italiana vera.

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